«Telecomandato io? Meglio riflettere oggi che pentirsi domani»

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8 November 2014

Parla Paolo Locatelli, il consigliere comunale che vuole mandare all’aria i piani dell’AMB, «ci stiamo precludendo la possibilità di trovare una soluzione a casa nostra»

Dopo aver dato la parola a Mauro Tettamanti, che spiega le ragioni dell’investimento dell’AMB in Repartner, prende la parola Paolo Locatelli, consigliere comunale del PPD e capofila dei referendisti. Dopo quasi quindici anni i bellinzonesi saranno chiamati nuovamente alle urne a fine novembre su un tema elettrico, questa volta per decidere su un investimento di portata strategica.

Paolo Locatelli, un referendum contro quello che è stato definito un investimento strategico per le AMB. Vi opponete dunque al futuro dell’azienda comunale?
«Assolutamente no. Non è vero che c’è qualcuno che vuole bene e qualcuno che vuole male all’AMB, abbiamo semplicemente delle visioni diverse sulla bontà dell’investimento in Repartner. Un investimento che noi critichiamo per due aspetti. Il primo è che si entra in una logica che vede l’AMB spendere 10 milioni subito, e in prospettiva complessivamente 35 milioni, per progetti che non sono ancora stati allestiti dalla Repartner. La “madre” di tutti i progetti è la centrale del Lago Bianco sul Bernina, che come noto è stato posticipato fino al 2018, e ci sono altri progetti in forse. Ci sono anche delle considerazioni di carattere finanziario, perché riteniamo che questo investimento sia rischioso. Guardiamo a quanto successo nel Grigioni, a causa della svalutazione della partecipazione nella Repower (che a sua volta detiene il malloppo principale di Repartner), hanno chiuso i conti del Cantone in rosso. Ci prendiamo in pancia delle azioni che sicuramente non ci garantiscono quella sicurezza che ci attendevamo da un investimento di questa portata».

Uno dei vantaggi di questo investimento è proprio quello che si investe unicamente in progetti realizzati, la fase progettuale e tutti i rischi iniziali restano sulle spalle di Repower. Molto meglio dunque che se l’AMB si mettesse a progettare lei stessa delle centrali… .
«Questo è un altro discorso. Politicamente il canton Ticno avrà questo problema in vista della liberalizzazione totale del mercato elettrico. Quindi tutte le aziende elettriche ticinesi – dall’AET alle aziende di distribuzione comunali – saranno chiamate a preoccuparsi dell’aspetto dell’approvvigionamento, avendo delle garanzie ulteriori per poter continuare al meglio la propria attività. A monte però noi mettiamo un altro tipo di considerazione, che è quella di chiedersi perché non si tenta una collaborazione cantonale, con AET che funga da punto di riferimento per le altre aziende elettriche, che potrebbero a loro volta contribuire a creare qualcosa di più virtuoso. Nota bene, saranno 100 franchi o 35 milioni di franchi, ma sono tutti franchi che non andranno a finire nel Ticino. Saranno tutti spesi al di fuori del cantone».

Lei parla di AET, ma anche l’azienda cantonale investe per la produzione fuori cantone o addirittura all’estero, si pensi ad esempio alla centrale di Lünen in Germania. Dunque perché se AIL è già entrata nel progetto Repartner non può farlo anche l’AMB?
«Mi permetta una battuta, l’AMB non deve guardare all’AIL per decidere cosa fare. Concretamente credo comunque che la via ticinese vada privilegiata. E non lo penso solo io, lo pensa l’intero Consiglio di Stato ticinese. Il capodicastero Mauro Tettamanti ha persino avuto la bontà di gratificarmi come un personaggio telecomandato dall’AET: niente di più falso! AET è sicuramente un’azienda importante, essa stessa ha la necessità di rafforzarsi, e credo che sia un interesse comune rafforzarsi a vicenda per fare in modo anche di garantire dei posti di lavoro in Ticino».

Quale strategia dovrebbe quindi attuare l’AMB? Stare alla finestra ed aspettare di capire cosa succede?
«La vera strategia, a nostro modo di vedere, è quella di non buttarci in affari altamente rischiosi, e di fatto precludersi altre possibili strade da percorrere. È evidente che le piccole aziende elettriche ticinesi hanno bisogno, per sopravvivere, di studiare una strategia extra-regionale, e non per forza deve essere l’AET il punto di riferimento per la produzione di energia elettrica. Il problema è che il settore elettrico è in costante variazione, e nessuno è in grado di dire che cosa succederà fra 3 o 4 anni con la liberalizzazione totale del mercato. Quindi meglio riflettere oggi che pentirsi un domani».

Lei dice che fra 3 o 4 anni non si sa come sarà il mercato elettrico. Ma se ci proiettiamo più in avanti ancora, fra 10 anni, lei vede un’unica azienda di distribuzione ticinese, che riunisca sotto uno stesso cappello AIL, SES, AMB, e tutte le piccole aziende?
«Possono anche continuare ad operare indipendentemente. Però facendo capo ad un ente unico per quel che riguarda l’approvvigionamento elettrico».

Appare però chiaro che lei fa il “tifo” per AET… .
«Ma per niente! Semplicemente ci stiamo precludendo la possibilità di trovare una soluzione a casa nostra, magari dando delle occasioni di sviluppo alle nostre aziende. Qui invece si vogliono dare 10 milioni in direzione Coira, e nemmeno un centesimo verrà investito nel canton Ticino».

Fonte: www.ticinolibero.ch

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